Rojava sotto attacco
Conversazione con Maria Edgarda Marcucci sulla Siria del Nord-Est, il confederalismo democratico e il silenzio occidentale
Maria Edgarda Marcucci, detta Eddi, è scrittrice e autrice. Tra il settembre del 2017 e l’inizio del 2018 ha vissuto nel Nord-Est della Siria, unendosi alle YPJ, le Unità di Difesa delle Donne. Il suo sguardo non è quello di chi osserva da lontano, ma di chi ha attraversato un’esperienza politica e umana che oggi è di nuovo sotto attacco.
Quello che sta accadendo in Siria del Nord-Est, racconta Eddi, è una nuova fase della guerra. Una guerra che non si è mai davvero conclusa e che continua a essere alimentata da interessi esterni: occidentali e regionali, con la Turchia in prima linea. In questo momento è sotto attacco il confederalismo democratico, il progetto politico e sociale che in quell’area aveva provato a costruire una convivenza diversa dopo anni di distruzione.
Dopo la caduta di Assad, una parte della popolazione aveva coltivato una speranza prudente. Non perché il nuovo governo fosse considerato affidabile o progressista, ma perché si sperava che, essendo siriano, non avrebbe completamente subordinato la propria agenda agli interessi turchi, evitando un’ulteriore escalation. Quella speranza si è progressivamente sgretolata. I negoziati sono peggiorati mese dopo mese, fino a quando le condizioni poste dal governo di transizione sono state dichiarate inaccettabili dalle Forze Democratiche Siriane.
Da quel momento il fronte è tornato a muoversi. Le linee della battaglia cambiano rapidamente. Kobane è di nuovo sotto attacco. Kobane non è una città come le altre: è il simbolo della resistenza contro Daesh, il luogo che più di ogni altro ha incarnato la possibilità di fermare l’Isis. Il tentativo di avvicinarsi nuovamente a Kobane non è solo militare, è politico e simbolico.
Il confederalismo democratico, spiega Eddi, non è un’utopia astratta. È un sistema concreto di organizzazione della società, spesso definito una democrazia senza Stato. I suoi pilastri sono l’autodeterminazione dei popoli, un rapporto diverso con l’ambiente e con la natura, e soprattutto l’autonomia delle donne. Non come principio teorico, ma come pratica quotidiana.
Le donne sono il centro di questa rivoluzione. Lo sono nelle unità combattenti esclusivamente femminili, ma anche nel lavoro sociale e politico: le Mala Jin, le case delle donne, luoghi di protezione, giustizia e ricostruzione. Eddi ricorda in particolare l’esperienza di Raqqa dopo la liberazione: una casa delle donne nel cuore della città, frequentata da donne con storie culturali e personali molto diverse – armene, assire, curde, arabe. Un processo difficile, ma fondamentale per ricostruire una convivenza dopo la violenza.
Il confederalismo democratico si fonda sulle comuni, che rappresentano la base reale del potere. Esiste un sistema di rappresentanza, ma è subordinato alle decisioni della popolazione. Nessuna scelta può essere imposta dall’alto. Questo significa assemblee, confronto continuo, tempo speso a discutere. Significa una democrazia vissuta, non delegata.
In Europa, racconta Eddi, esistono realtà che stanno cercando di sostenere le popolazioni del Nord-Est siriano. In queste settimane sono partite carovane popolari anche dall’Italia, dirette verso il Rojava. È qualcosa che si era già visto durante l’assedio di Kobane, di cui quest’anno ricorreva il decimo anniversario. Ed è difficile non notare l’amara ironia: proprio nell’anniversario della vittoria contro l’Isis, Kobane si ritrova nuovamente assediata, questa volta da forze che con l’Isis hanno condiviso lunghi tratti di storia.
Il cambio di nome, sottolinea Eddi, non equivale a un cambio di natura. I rapporti che oggi alcuni Stati occidentali intrattengono con il nuovo potere siriano si basano su promesse di controllo: del territorio, delle risorse, in particolare petrolifere. Nessuno sembra davvero interessato all’unità nazionale siriana o alla tutela della popolazione. Questi discorsi servono soprattutto a coprire interessi geopolitici ed economici.
Dal 2020 alcuni Stati membri dell’Unione Europea hanno iniziato a dichiarare “sicure” alcune zone della Siria, per esercitare pressioni sui rimpatri delle persone che avevano ottenuto asilo durante gli anni della guerra. In questo scenario il ruolo dell’Italia è tutt’altro che marginale. L’Italia è uno dei maggiori esportatori di armi ed è uno dei principali partner commerciali della Turchia, fornendo equipaggiamento militare a un esercito che è il secondo più grande della NATO.
Nonostante questo, il confederalismo democratico non è mai stato riconosciuto come interlocutore legittimo. È stato escluso da tutti i tavoli diplomatici sulla Siria, da Astana a Sochi, perché considerato un soggetto “non ufficiale”. Gli stessi governi che oggi si affrettano a stringere mani e a congratularsi con il nuovo presidente siriano hanno ignorato per anni l’unica esperienza che garantiva una reale convivenza sul territorio.
Il discorso si sposta poi sui media. Dall’attenzione quasi morbosa per le combattenti curde si è passati all’indifferenza. Quelle donne sono state trasformate in immagini suggestive, in simboli svuotati di contenuto, senza che quasi nessuno si interrogasse sulle ragioni profonde della loro lotta. Oggi, quando quella soggettività politica è sotto attacco, non interessa più raccontarla.
Le donne del confederalismo democratico non sono vittime da salvare. Sono donne che hanno costruito da sole la propria sicurezza, il proprio futuro, la propria organizzazione politica. Parlano chiaramente, senza intermediari. Ed è proprio questa soggettività autonoma che l’Occidente fatica a riconoscere, perché non rientra nel racconto delle “povere vittime” né in quello degli equilibri geopolitici.
L’ultima parte della conversazione è dedicata a Lorenzo Orsetti, Orso, che il prossimo 13 febbraio avrebbe compiuto quarant’anni. Ricordarlo oggi è difficile. Eddi si chiede cosa direbbe, cosa penserebbe.
Lorenzo Orsetti non è solo una figura da commemorare per il suo contributo alla lotta contro Daesh. È stato qualcuno che ha combattuto anche contro nemici più silenziosi: la rassegnazione, la solitudine e la perdita di speranza. Ha attraversato momenti bui, ma non ha mai accettato l’idea che non esistesse un’alternativa.
Oggi, in un mondo sempre più attraversato dalla guerra, ricordare le sue parole significa ricordarsi che la speranza non è un concetto astratto. È una pratica quotidiana. È scegliere di non arrendersi. È provare a essere, per qualcun altro, la prima goccia di una tempesta.
Il resto, se volete, potete ascoltarlo qui.


